08/07/2010
171. Chiesa di peccatori, chiesa di santi del cardinal Karl Lehmann
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La scoperta di numerosi casi di abusi sessuali da parte di persone consacrate in merito a bambini e persone affidate all’assistenza ha gettato in una profonda crisi la chiesa cattolica in Germania. A deplorare questo stato di cose non è solo il comportamento dei singoli. Anche come istituzione la chiesa dovrebbe lasciarsi interrogare sulla responsabilità che ha verso quel che è successo.


Anche se si evitano parole grosse, la scoperta di numerosi casi di abuso nelle scorse settimane è una crisi che tocca nel profondo, specie la chiesa cattolica. Proprio perché sono interessati parecchi fattori che non c’entrano con la chiesa, non ha senso additare dapprima questi altri. Altrimenti non si potrebbe evitare l’impressione che si desideri sviare dalla propria responsabilità o si voglia relativizzare l’accaduto. In quanto chiesa noi non possiamo neppure meravigliarci se – certamente a volte anche con la gioia per le disgrazie altrui e con malizia – veniamo misurati secondo quei criteri con i quali la chiesa ha rappresentato i propri convincimenti morali, specie riguardo alla sessualità. I casi di abuso scoperti hanno l’effetto di un boomerang.

Di certo non si può tacere e bisogna dire con chiarezza che si tratta con tutta evidenza di una irregolarità sociale che i più non hanno supposto in questo ordine di grandezza. A poco a poco si parla anche di scenari finora meno sospettati per i comportamenti illeciti. I numeri a disposizione per i casi divenuti noti e le stime di presunti dati non ancora rivelati divergono ampiamente. Anche se è doloroso, alla fine ci si può solo rallegrare che ora molto venga alla luce. E non può sorprendere che qualche avvoltoio e parassiti di ogni tipo volteggino sul gruppo dei media.

Perché si è aspettato così a lungo prima di parlare pubblicamente di reati di questo genere in così grande misura? Già negli anni Novanta una suora americana, psicoterapeuta e professionalmente molto esperta, mi disse di trattare il fenomeno con attenzione – cosa questa che dapprima mi contrariò ma poi si rivelò molto utile: «Dovete sempre tener conto del fatto che quanti commettono questo genere di reato fino all’ultimo tacciono, molto più degli alcolisti». Molte cose non poterono essere spiegate – almeno per gli attuali 27 anni nei quali ho la responsabilità come vescovo per la diocesi di Mainz, perché ogni volta c’era questo silenzio ostinato. Spesso ho brancolato a lungo nel buio anche se ero tanto impegnato nel fare chiarezza.

Da una parte, l’interesse e l’attenzione per le vittime reali o possibili deve stare certamente al primo posto in questo processo di chiarificazione. Dall’altra, non si può facilmente, proprio in quanto responsabilità personale, passare sopra alla presunzione di innocenza di un sospettato sino alla dimostrazione del contrario. Anche una imputazione, che più tardi si dimostra inconsistente, può rimanere valida per una vita intera. Chi parla precipitosamente di “mettere a tacere” le cose, non ha idea di quanto sia difficile trovarsi per lungo tempo in una situazione poco chiara.

Oltre a ciò c’è l’intimidazione abissale delle vittime. Agire nell’ambito dell’abuso sessuale è un fatto tabù. È molto difficile per chi è oggetto di abusi affidarsi a qualcuno. Anche nelle famiglie tali mancanze spesso non sono riconosciute. E il silenzio per le vittime ha gravi conseguenze. Poiché non possono raccontare niente, non riescono nemmeno a elaborare i danni provocati, molti dei quali sovente hanno effetti per tutta la vita. Lo sviluppo sessuale viene in moltissimi casi pregiudicato. Le esperienze traumatiche nell’infanzia e durante la giovinezza sono in grado poi di gravare pesantemente sui rapporti di coppia. Tutta una vita può essere profondamente disturbata da questo.


La pedofilia non ha niente a che fare con uno sbandamento morale occasionale, ma scaturisce da una propensione che ha la sua sede nel profondo e che numerosi esperti in materia ritengono inguaribile


E ancora, negli anni trascorsi e nei decenni andati mi sono diventate più chiare alcune cose. Non è da molto che il fenomeno della pedofilia può essere in certo modo circoscritto. Nei manuali di medicina sessuale e di disturbi sessuali si possono trovare fino a 23 diverse indicazioni e descrizioni di “abuso sessuale”. In più, psicologi esperti ogni volta mi hanno assicurato che è necessaria una preparazione specifica ed una esperienza adeguata per indicare con la necessaria sicurezza una diagnosi differenziata di pedofilia.

Da quando però si conosce meglio il fenomeno della pedofilia, che è limitato ad una inclinazione per i bambini che sono nella fase dello sviluppo prepuberale, o è sempre più limitato, ha luogo un’altra terribile osservazione: la pedofilia in senso stretto non ha nulla a che fare con gli sbandamenti morali occasionali, ma sorge da una propensione profonda che è ritenuta inguaribile dagli esperti. Questo fatto si è imposto solo negli ultimi decenni. Non da ultimo qui è stata sopravvalutata da parte della chiesa la possibilità di conversione e di risanamento degli autori di simili reati. In buona fede ci siamo spesso rimessi alla buona volontà. Per questo si è giunti anche alle pratiche sbagliate e da lungo tempo sicuramente ingiustificabili di trasferire semplicemente in altro luogo quanti si sono macchiati di colpe provate e a volte anche condannate legalmente. Si sarebbe dovuto far fronte al forte riconoscimento, che un pastore d’anime non può assumere così semplicemente, di cui parlava la suora citata a motivo della sua esperienza: «Monsignor vescovo, non fatevi illusioni; l’uomo in questione non può in nessun caso proseguire l’attività di cura d’anime perché dovunque troverà dei bambini».

Le illusioni legate ad un atteggiamento che si credeva comprensivo nei confronti di queste persone grazie a Dio sono crollate. Ma si sono dissolte nell’aria anche altre illusioni. La sessualità umana non è così innocentemente romantica, come si credeva spesso, anche a fronte di tutte le diavolerie della realtà sessuale. Come desiderio del tutto essa è in grado di portare l’essere umano ad altezze meravigliose che costituiscono la sua felicità terrena, ma mostra anche profondità abissali, che segnano un’ultima perversione dell’umano. L’arte fa vedere le due cose. Chi nega una di queste dimensioni, mente.

A queste voragini estreme appartengono gli abusi sessuali di bambini e giovani. Questi sono così gravi anche perché il colpevole spesso occulta il suo potere. Non è, come alcuni movimenti di pedofili suggerivano, che la vittima, bambino o giovane, acconsenta in silenzio. Piuttosto vengono vinti con perfida astuzia i freni inibitori e le opposizioni naturali. Non si può escludere il dislivello di potere tra adulti e bambini. E dove si può approfittare delle debolezze del bambino e del dipendere dall’attenzione altrui, non è necessario l’uso di un potere fisico estraneo.

Di questo contesto fa parte anche la giusta comprensione dell’educazione. Questa vive sempre di un insieme fatto di vicinanza e distanza. La distanza esclusiva può accoppiarsi ad una sete di potere senza riguardi per nessuno. Perciò viene punita a ragione la pessima pedagogia dei decenni precedenti dove non raramente si impiegavano intollerabili castighi e punizioni fisiche. Ma non si possono gettare in un unico calderone queste cose insieme agli abusi sessuali. In merito a ciò hanno fatto bene certi rami della pedagogia moderna (e non solo la “nuova educazione” o Reformpädagogik [movimento di nuove idee educative formatosi all’inizio del XX secolo]) a sottolineare maggiormente nel processo educativo la vicinanza tra adulti e bambini. A ciò si accompagna una libertà sempre più grande. Ma la vicinanza non significa annebbiare il distacco e la differenza e non prestare attenzione alla personalità dei bambini. E non si può certamente negare il tentativo del movimento dei pedofili di condurre a un rapporto irresponsabile verso i bambini (“Piacere con i bambini”). E a questo si è aggiunta una celebrazione a colori vivaci dell’antico amore per i fanciulli.

Tutto ciò grazie a Dio ha perso la propria influenza negli scorsi vent’anni. Ma poco importa il quando e il dove: non si può mai trovare una giustificazione seppur piccola per azioni che in ogni caso sono criminali e peccaminose. Tali giustificazioni indebolirebbero la capacità di resistenza di coloro che sentono in se stessi una forte inclinazione ad azioni del genere. In nome della verità va anche detto che specialmente a livello europeo si cerca ancora una liberalizzazione della legislazione che riguarda i contatti sessuali con i minorenni.

È tragico che la dottrina della chiesa mai abbia avuto dubbi in merito al fatto che ogni forma di abuso sessuale per principio sia riprovevole e resta il fatto che coloro che hanno responsabilità nella chiesa non abbiano fatto chiarezza nel proprio ambito in modo completo e fermo e in alcuni casi non abbiano agito con estrema acribia e indipendenza. Certamente possono aver giocato un ruolo causale parecchi motivi ed opinioni. La causa peggiore è stata l’idea di doversi preoccupare più dei presunti autori che delle vittime. È vergognoso il modo col quale qua e là si è cercato di proteggere in ogni circostanza l’istituzione della chiesa e di impedire che fossero macchiati i detentori di uffici ecclesiastici attraverso le accuse respinte o mettendo presto a tacere sospetti e persino mancanze gravi. Di certo è esistito in questi casi pure uno spirito di corpo, come succede in molti “sistemi chiusi”, per cui non si può sbirciare troppo impunemente dall’esterno. In ogni caso è spaventoso che qui la sensibilità della coscienza, che deve essere esercitata quotidianamente specie da persone che sono impegnate nella chiesa o a livello religioso, non l’abbia fatta da padrone su tutti gli acquietamenti e le coperture.

Se si riconosce questo va anche notato ad un esame più critico che la chiesa ha preso delle contromisure che corrispondono nei singoli casi e nella condizione di impotenza diffusa ad una migliore comprensione psicologica della pedofilia. I vescovi tedeschi non sono rimasti inoperosi. Quando poco prima della fine del secolo scorso e negli anni successivi vennero alla luce scandalosamente alcuni casi di abuso, la Conferenza episcopale tedesca ha cercato dei modi per coordinare un equo intervento. La pratica corrente era quella per cui ogni diocesi procedeva in maniera autonoma rispetto ai singoli casi e su questi non era necessario mettere a conoscenza alcuna istanza ecclesiastica, né la segreteria della conferenza episcopale e neppure le autorità vaticane. Questo è cambiato in parte solo nel 2000. Fino ad allora la scarsa visibilità e la mancanza di informazione erano molte alte specie di fronte al vortice della stampa di quel tempo. In particolare sullo sfondo dei casi capitati negli Stati Uniti si è chiarito che una “rielaborazione” aveva bisogno di percorrere vie nuove, che fossero accompagnate fondamentalmente da esperti in materia. Si giunse al primo congresso mondiale sulla pedofilia che ebbe luogo nel 2003 a Roma con la partecipazione di esperti non legati alla chiesa. L’anno successivo venivano pubblicati in lingua inglese gli atti (R.K. Hanson – F. Pfäfflin – M. Lütz, Sexual Abuse in the Catholic Church. Scientific and Legal Perspecitves, LEV, Città del Vaticano 2004).

Già precedentemente i vescovi tedeschi avevano intrapreso i primi passi formulando le Linee guida con note esplicative sulla procedura a proposito delle violenze sessuali su minori da parte di sacerdoti nell’ambito di competenza della Conferenza episcopale tedesca [in Il Regno-documenti 21/2002, 699-701]. In queste, rese note il 26 settembre 2002 nei bollettini ufficiali di tutte le diocesi, veniva accolta l’idea che, occupandosi degli autori di questi reati, una propensione pedofila non è «strutturalmente modificabile». Nella medesima epoca o ancor prima per lo meno sei grandi conferenze episcopali della chiesa cattolica misero in vigore proprie linee di condotta.

In Germania non esistevano precedenti o esempi cui attenersi. Le linee guida furono verificate dopo le prime esperienze nel 2005 e nel 2008. Per l’opinione dominante hanno retto bene la prova del fuoco anche se possono essere migliorate. Tuttavia spesso nella chiesa si levano voci che invocano il miglioramento là dove queste linee non sono lette o – ancor peggio – non sono applicate o lo sono malamente. Per una nuova revisione c’è da esaminare soprattutto se gli accertamenti interni alla chiesa vengono affidati a persone terze e se la collaborazione con i responsabili dell’azione penale per i singoli casi sia ritenuta un dovere. In passato sono comunque già state messe in pratica in molte circostanze. Però anche le linee migliori non servono a nulla se non vengono perseguite strettamente e senza considerazione per persone e istituzioni.

Nella discussione attuale sugli abusi sessuali a danno dei bambini è evidente una particolarità: l’appello alla responsabilità, a riparare i danni e, non da ultimo, al risarcimento molto spesso si rivolge alle istituzioni. Ciò è in un certo senso comprensibile guardando alla dimensione delle scoperte avvenute nelle passate settimane. La quantità dei casi colpisce senza dubbio l’istituzione della chiesa in molteplici modi. Eppure sorprende quanto poco si parli dei singoli accusati e della loro responsabilità. Per lo meno nell’ambito ecclesiale ogni pederasta sa in quale misura pecchi. Non si capisce perché nelle discussioni pubbliche non si parli nemmeno del dovere dei singoli autori di reato di rispondere dei danni causati. Ma è da tempo che si cerca la colpa prima di tutto nell’ente collettivo e quasi sempre nel “sistema”.


L’idea peggiore fu di doversi preoccupare più degli autori dei crimini che delle vittime


Particolarmente all’inizio del dibattito venne affermato non di rado in chiave generale che esisterebbe un nesso causale tra il celibato del sacerdozio e gli abusi a danno di bambini e giovinetti. Esperti di diverse discipline hanno nel frattempo contraddetto un simile presupposto. Eppure nella questione sui possibili legami tra celibato e casi di abuso è possibile riflettere su alcuni punti: per prima cosa la chiesa si preoccupa quotidianamente di un grande numero di bambini e di giovani attraverso i sacerdoti e numerose altre vocazioni come fanno poche istituzioni della nostra società (a prescindere dalle scuole di ogni genere). Questo aumenta senza dubbio le possibilità di contatto e di conflitto. Spero che la discussione attuale, per altro inevitabile, non sottragga, nelle infinite istituzioni della chiesa, a molte donne e uomini l’integra spontaneità di rapporti con i bambini e i giovani.

Inoltre la chiesa deve riflettere con realismo su quanto la forma di vita sacerdotale in grande misura possa attrarre uomini con una predisposizione pedofila, soprattutto in riferimento ad un impegno nelle istituzioni ecclesiastiche. In esse esiste solo la possibilità di incontrare molti ragazzi in un ambiente protetto ma anche l’opportunità di restare celati dalla discrezione della cura d’anime e dal tabù sociale. Da tempo i responsabili dei nostri ambiti formativi hanno riconosciuto il pericolo. Ma pure i colloqui con esperti e le informazioni relative non sempre nei singoli casi, pur con tutta l’attenzione, possono escludere dei giudizi sbagliati. Senza dubbio c’è bisogno in questa prospettiva di una prudenza maggiore e di una chiara risolutezza.

Tutto ciò è importante e resta oggetto di riflessione. La scoperta di casi di abuso chiaramente significa anche una crisi della chiesa. Essa non si rivolge solo al presente e a reati che non sono ancora caduti in prescrizione. Nel corso del dibattito si sono scoperte molte mancanze, spesso successe decenni fa, intorno a cui si sono creati dei tabù. Sarebbe avventato promettere di chiarire assolutamente tutti gli avvenimenti del passato.

Quasi sempre i responsabili di allora sono morti. Spesso non si trovano testimonianze scritte e le informazioni retrospettive spesso possono essere incomplete. Ciò dolorosamente conferma il solco profondo che l’abuso con il tempo ha scavato in una storia personale ma anche la spaventosa tabuizzazione a tutti i livelli. Proprio per questo non si può vedere chiaramente questa trave del passato conficcata nella carne del presente. In quanto chiesa non siamo solo legati al presente, ma dobbiamo anche affrontare – a proposito o a sproposito – i punti deboli della nostra storia. Sarebbe conveniente svignarsela semplicemente.

Benedetto XVI ha indicato con coraggio nella sua Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda [in Il Regno-documenti 7/2010, 193s.] del 19 marzo 2010 come gli abusi abbiano a che fare ad ogni costo con i mutamenti e le manifestazioni di crisi della chiesa di oggi. In questo c’è da tenere in conto l’intreccio delle singole chiese nella storia di ogni paese. Ma esiste anche un nesso che va al di là della situazione particolare e chiama a giudizio tutta l’istituzione. Fa parte di questo la situazione della chiesa dopo il concilio Vaticano II. La mia critica non si riferisce al Vaticano II ma ai tentativi falliti della ricezione successiva.

Era necessaria un’attenzione rinnovata al mondo moderno. Ma si è sottovalutata completamente e a più livelli l’azione di risucchio di questo mondo. Vennero meno le inibizioni mentre si allargò una falsa tolleranza. Il “mondo” si rivelò più potente. La spiritualità, divenuta ancor più importante per la cura rivolta al mondo, le forze interne e l’autoaffermazione si ridussero. Si sopravvalutarono anche le possibilità in sé feconde di organizzazione della chiesa in un mondo secolare e non si prese atto in modo sufficiente delle mancanze. Purtroppo questo ha portato al fatto che la chiesa non ha trovato il modo per uscire da queste tensioni negli interrogativi sulla forma della sessualità umana e, particolarmente nell’annuncio e nella istruzione della fede, è rimasta come paralizzata. In questo modo non riuscì più ad essere di aiuto.

Così non sono state prese sufficientemente sul serio anche alcune provocazioni, che il Vaticano II aveva posto. A queste secondo me appartiene l’affermazione sulla santità e la peccaminosità della chiesa. Guardando al peso avvertito oggi in modo così pesante di manifestazioni di peccato nella chiesa, la dimensione della santità non può venir meno. Deve essere garantito che passi realmente all’umanità – e fino ai margini dell’essere-perduta – la vita divina che libera attraverso la santità della chiesa, che le viene solo da Gesù Cristo. Senza questa alla fine non ci sarebbe salvezza per il mondo.

È tuttavia un problema della storia intera della chiesa e della teologia il modo in cui dire e tener ferma la tensione tra santità e peccaminosità della chiesa. Il concilio non poteva (ancora) giungere ad una espressione unica sul fatto che la chiesa stessa non è solo santa, ma pure peccatrice. Si espresse quindi in modo più cauto dicendo che la chiesa «comprende nel suo seno i peccatori, è santa e insieme ha bisogno di purificazione, perciò si dà alla penitenza e al rinnovamento» (Costituzione sulla chiesa Lumen gentium [novembre 1964], n. 8 [Concilio ecumenico Vaticano II, Dehoniane, Bologna 1992, 322 (n. 306)]).


La chiesa la si trova come istituzione anche sul mercato, se neghiamo la testimonianza vissuta del vangelo di Gesù Cristo


Questa ammissione fu un grosso passo – ed è stato accolto nella teologia e nella spiritualità quotidiana malgrado alcuni buoni accenni ancora non sufficienti. Da alcuni decenni i grandi progetti di Karl Rahner e di Hans Urs von Balthasar, ma anche di Henri de Lubac con le sconvolgenti citazioni degli scritti dei padri della chiesa sulla chiesa quale “casta prostituta” mi hanno reso più coraggioso nel parlare di una chiesa peccatrice in ogni difesa della santità.

Quanto detto ha vaste conseguenze anche per quel che stiamo trattando. La chiesa non è separata dalla vita e dall’azione dei suoi membri, e nemmeno può restringersi ad essi. Come istituzione la si ritrova anche al mercato, se neghiamo la testimonianza vissuta del vangelo di Gesù Cristo. In caso contrario si perviene alla tentazione di imputare le trasgressioni nella chiesa esclusivamente al singolo peccatore salvaguardando essa stessa da ogni macchia. Una mentalità simile ha certamente promosso le peggiori pratiche di una mera copertura o di un trasferimento da un posto all’altro degli autori di simili reati.

Senza dubbio abbiamo prestato poca attenzione alla spiritualità di una chiesa rinnovata, proprio quando essa rischia una maggior attenzione al mondo. Per questo ci sono così tante mancanze e una sensibilità lacunosa, soprattutto nel’ambito dei pederasti e di quanti ne tengono le parti. Qui profondamente ha fatto irruzione nella chiesa il “mondo” biblicamente inteso. E per questo c’è bisogno ora – e papa Benedetto XVI lo chiarisce – di una pulizia dall’interno a tutti i livelli e senza riserve. Il papa non ha condannato con estrema chiarezza l’abuso sessuale di bambini solo nella lettera alla chiesa irlandese come “crimine abominevole” e “peccato grave”. Chi vuole fare meglio di lui per chiarezza e decisione?

Abbiamo trattato dell’abuso sessuale come di una pratica ingiusta e di uno stato di emergenza, così come sempre più si manifesta. Tavole rotonde e delegati a tutti i livelli possono essere d’aiuto fino a un certo grado per svegliare la coscienza in ordine alla responsabilità, per attivarla e soprattutto tenerla desta. La “cultura dell’osservazione”, che è sempre più richiesta, va costruita in modo plurale. Il coraggio civile per essa è quel che manca anche da altre parti. Gli aiuti, specialmente attraverso la prevenzione, hanno bisogno in quest’ambito di persone convinte e che convincono. Per questo confido, nonostante tutti gli errori che sono stati fatti, nelle energie spirituali e morali della chiesa. Essa non ha tra le sue fila solo incapaci o delinquenti, come alcuni critici vogliono fare intendere. Anche oggi della chiesa fanno parte santi ed eroi della quotidianità coraggiosi e incorrotti. Per questo la crisi ci rende umili, specialmente perché in futuro potrebbero esserci ancora delle delusioni: «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1 Cor 10,12).

Per ogni cosa esiste un nuovo inizio, ma non una grazia a buon mercato. Nell’incontro con l’adultera, intepretata spesso dai padri della chiesa come figura simbolica della chiesa peccatrice, Gesù dice: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più!» (Gv 8,11). Ma ciò passa solo per la croce. Necessariamente bisogna convertirsi. Allora anche a Pasqua possiamo dire umilmente e con modestia un “eppure” decisivo e intrepido e sperare nella fiducia e nel futuro con lo sguardo rivolto al Signore risorto.



Il card. Karl Lehmann è vescovo di Mainz (Germania) ed è stato dal 1987 al 2008 Presidente della Conferenza episcopale tedesca.

Presso la Queriniana è autore di
- Presenza della fede, 1977 (BTC 29);
- È tempo di pensare a Dio, 2001 (Nuovi saggi 80);
- Gesù Cristo è risorto, 1977, 19882 (Meditazioni 33).

In collaborazione con W. Kasper,
- Diavolo – demoni – possessione. Sulla realtà del male, 1983, 20053 (GDT 149);

con J. Ratzinger,
- Vivere con la Chiesa, 1978, 20052 (Meditazioni 44).





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Traduzione dal tedesco a cura della Redazione
Forum teologico, a cura di Rosino Gibellini
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